Tagli nella sanità pubblica “Il Covid non sia il pretesto”

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Diminuzione dei posti letto e del numero di impegnative di cura domiciliare, riduzione del personale delle Ulss, trasferimento di risorse dal pubblico al privato: la sanità veneta, che pur risulta fra le migliori in Italia, era “malata” ben prima dell’emergenza Coronavirus, come confermano alcune ricerche commissionate dai sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil del Veneto. «Sono sei mesi che parlare di sanità vuol dire quasi esclusivamente parlare di Coronavirus. Salvo i casi gravissimi, l’accesso agli ospedali e l’assistenza generale per le altre patologie preesistenti e l’attività ordinaria, già caratterizzati da liste d’attesa lunghe o lunghissime, sono stati per circa tre mesi interdetti con un effetto di trascinamento che subiamo oggi e sconteremo ancora nei prossimi mesi», considerano i sindacati. E denunciano: «Il Covid-19 ha evidenziato tutte le criticità di un sistema sanitario pubblico vittima di disinvestimenti e tagli di risorse a livello nazionale per 37 miliardi in 10 anni. Invece della volontà di potenziarlo, in questi ultimi mesi stiamo assistendo al rifiuto di accedere a fondi “pronto uso” come il Mes, e al dirottamento di ulteriori risorse verso la sanità convenzionata per tamponare le liste d’attesa. Sanità convenzionata che in Veneto è già troppo radicata». La denuncia dei sindacati dei pensionati può essere riassunta nella mancata attuazione di uno dei progetti più ambiziosi della Regione, che negli ultimi due Piani sociosanitari aveva assunto come priorità “meno ospedale più territorio”. I posti letto negli ospedali sono sì diminuiti (meno 1.258 nel periodo 2013/2019), ma quelli territoriali fra ospedali di comunità, unità riabilitative e hospice sono stati attivati solo per il 59% rispetto alla programmazione. Siamo poi di fronte a una costante diminuzione del numero di impegnative di cura domiciliare, per dare due parametri: nel 2017-2019, -2.566 quelle per anziani con basso bisogno assistenziale, -956 quelle per anziani con demenza. E ancora, il personale delle Ulss fra 2013 e 2018 si è ridotto del 2,4%, e la sua età media è in continua crescita: nel 2021 sarà di 50 anni per il personale sanitario e di 54 per i tecnici e amministrativi. A queste riduzioni, tuttavia, corrisponde un aumento dei bisogni sanitari della popolazione, ai quali sta sempre più rispondendo il privato, con un pericoloso spostamento di risorse pubbliche. Per superare il problema delle liste d’attesa aggravato oltre misura dal Covid, il decreto di agosto consente alle Regioni di aumentare fino a 10 milioni di euro il monte ore di assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata (erano 6 milioni a marzo): per il Veneto significa 682mila euro. «Nell’immediata emergenza possiamo comprendere che il privato convenzionato possa dare un aiuto», dichiarano i segretari veneti di Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil Elena Di Gregorio, Vanna Giantin e Fabio Osti, «ma non siamo più d’accordo se questa diventa una scelta sistematica, dirottando risorse che andrebbero invece investite. Utile, poi, sarebbe anche dare seguito alla delibera sulla telemedicina, per implementare il servizio territoriale».