Bonifica a Porto Marghera Tante le analogie fra il caso dello stabilimento pugliese e quello del polo chimico che ancora attende la sistemazione in gran parte dei terreni. Visione strategica

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Porto Marghera e Taranto, i punti di contatto sono numerosi. Quello veneto è diventato uno dei poli chimici più importanti d’Europa arrivando a toccare nel 1971 il record storico di impiegati (35.724), prima di lasciarsi andare a un inesorabile e drammatico tramonto, costellato di morti per tumore, malattie e chiusure. Come attesta la Regione Veneto, solo nel periodo 2009-2013 la Provincia di Venezia ha concluso complessivamente 160 pratiche di crisi aziendali relative a Porto Marghera e zone limitrofe, mentre il “totale dell’organico locale delle aziende che hanno concluso trattative di crisi avvalendosi dell’intermediazione della Provincia di Venezia è stato pari a 7.295 unità”. Oggi si lavora al rilancio di un’area in larga parte ancora in attesa di bonifica: 781 milioni di euro sono stati usati per sanare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda acquifera. «Un precedente da tenere in considerazione in uno Stato in cui tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni sono stati accomunati dalla mancanza di una seria politica industriale», sottolinea Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova, associazione delle piccole e medie industrie del territorio. È lì, a ben guardare, che affondano le proprie radici anche i problemi dell’ex Ilva e dei 10.700 operai che rischiano di rimanere senza lavoro, di cui 8.200 a Taranto (ma il totale sale a 20 mila se si conta l’indotto). Tra i “rischi” paventati c’è quello di una nazionalizzazione dell’impresa. Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha raccolto alcuni dati. Tra costo del riacquisto dello stabilimento, adeguamenti ambientali e ammodernamento degli impianti lo Stato sarebbe costretto a sborsare 4,2 miliardi di euro: tenendo conto dell’inflazione e del cambio di moneta è poco meno della cifra spesa per costruirlo negli anni del boom economico. 1,8 miliardi servono a riscattare gli stabilimenti dalla gestione commissariale. Circa 800 milioni sono crediti dello Stato. E va calcolato inoltre il costo necessario a dare un futuro all’Ilva. L’ultimo piano industriale prevede 1,2 miliardi per l’ammodernamento degli impianti, altrettanto per gli interventi di bonifica e adeguamento ambientale. Ma i problemi non finirebbero qui. Perché per lo Stato mantenere la produzione attuale di acciaio rischierebbe di non essere esattamente un affare. Di fatto, non mancano le analogie con la questione Alitalia, per la quale i cittadini italiani hanno già messo sul piatto circa 10 miliardi. A Taranto andranno quanto più possibile salvaguardati i posti di lavoro, ma è evidente che la produzione andrà ridotta, e che bisogna puntare su una tecnologia sempre più pulita. Oggi a parole si dice di credere nella Green Economy, ma, a conti fatti, il governo non è andato oltre alla Plastic tax, che, seppur ridotta, in realtà si traduce in un prelievo ai danni di imprese e consumatori, senza produrre alcun effetto positivo per l’ambiente. Quello che manca sul serio è un progetto, una visione strategica».

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