Un pasticcio normativo

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«Pavido, illiberale e potenzialmente suicida». Il presidente di Confapi Padova Carlo Valerio bolla così quanto emerso dall’ultima conferenza stampa del premier Giuseppe Conte e dal susseguente Dpcm del 26 aprile. «È l’ennesimo pasticcio normativo, con cui si è perso ulteriore tempo. Ma il problema è che le pmi, di tempo, non ne hanno più. Da settimane Confapi è all’opera su tutti i piani – nazionale e locale – per attuare al meglio la Fase 2. A riguardo, l’andamento della curva epidemiologica dimostra che il senso di responsabilità dimostrato dai cittadini veneti ha dato i suoi frutti, perché molte imprese hanno riaperto nel rispetto delle norme di sicurezza, mentre i contagi hanno continuato a scendere. È la dimostrazione concreta che il Governo doveva essere più coraggioso.
Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, stima che se il calo del Pil nel 2020 sarà effettivamente pari all’8,1% ipotizzato nella bozza del Def dal governo, la provincia produrrà ricchezza per circa 2,6 miliardi in meno rispetto al 2019. E se il rimbalzo positivo sarà del 4,7% nel 2021, comunque si ritornerà a un ammontare del Pil di 1,2 miliardi inferiore rispetto a quello pre-epidemia.
A oggi la situazione è questa: le imprese del settore manifatturiero, delle costruzioni e di una parte significativa dei servizi sono destinate a riaprire i battenti il 4 maggio, se in possesso dei protocolli di sicurezza adeguati (dispositivi di protezione per tutti i lavoratori come mascherine, guanti, igienizzanti, ma anche in grado di un maggior distanziamento tra gli addetti, la rimodulazione degli spazi e anche dei turni di lavoro). Ma di quante aziende si tratta, nel territorio? Fabbrica Padova ha messo in fila un po’ di numeri. Intanto va precisato che il decreto dello scorso 22 marzo, con cui sono stati stabiliti i codici Ateco delle imprese che potevano restare aperte senza la necessità di alcuna autorizzazione, ha fatto sì che 59.465 imprese della provincia potessero rimanere o tornare all’attività. A queste ne vanno aggiunte poco meno di 8 mila che hanno fatto richiesta alla Prefettura di restare operative in quanto parte della “filiera essenziale”. Ne consegue che circa 50 mila delle 117.888 imprese registrate dalla Camera di commercio al 31 dicembre 2019 hanno abbassato le serrande: tra queste, 14.212 sono nel settore industria (mentre 6.799 sono quelle rimaste aperte sempre restando nel settore industriale, dati Istat).