Tosi e Salvini, botte da orbi

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Pontida 2013. Flavio Tosi, allora segretario della Liga Veneta e sindaco di Verona, venne sonoramente fischiato dai bossiani. Tosi stava parlando dal palco. Dal pratone si levò una raffica di insulti. A capo dei contestatori la parlamentare pasionaria Paola Goisis e il consigliere regionale Santino Bozza. Tosi venne aspramente criticato per la gestione del partito. Aveva da poco commissariato le province di Vicenza, Venezia e la sezione del Veneto orientale. Era il periodo dei diamanti e degli scandali, Alberto da Giussano era ai minimi storici. Si avvicinavano le regionali 2015 e il segretario della Liga Veneta voleva rafforzare ulteriormente la propria posizione. Tosi, per i contestatori, era un despota e come tale andava cacciato. Il leader della Liga, in risposta ai fischi, l’indomani definì i detrattori «quindici pistola», minimizzò l’accaduto e commentò positivamente il raduno leghista. Pontida 2019. Flavio Tosi, da quattro anni fuori dal partito e col chiodo fisso di tornare a fare il sindaco della nostra città, scaglia pietre contro Matteo Salvini, capo degli ex padani. Per Tosi l’8 agosto 2019 rimarrà una data da ricordare, la crisi di governo aperta dal Papeete di Milano Marittima gli ha dato nuove speranze. Logico che in occasione della kermesse leghista alcuni giornali nazionali anti salviniani lo interpellassero. Tosi, intervistato dal Fatto Quotidiano, è stato tranciante: «Salvini non aveva alcuna esperienza di governo. Non ha mai amministrato nulla. Si è trovato vicepremier e ministro dell’Interno con alle spalle solo esperienze da consigliere comunale e da parlamentare europeo, e a Strasburgo, tra l’altro, non si vedeva mai. Ha clamorosamente sbagliato i calcoli. Se voleva la crisi doveva aprirla prima, a ridosso delle Europee. Avrebbe anche avuto la scusa del contrasto coi 5 Stelle sulla Tav. Il combinato disposto del risultato europeo e dei sondaggi» ha proseguito Tosi «lo ha fatto entrare in una sorta di delirio di onnipotenza, facendogli di­menticare che l’Italia è una democrazia parlamentare in cui è il capo dello Stato a decidere se sciogliere le Camere o meno. E il profilo di una maggioranza alternativa era già nell’aria. A quanto sembra ha peccato di ingenuità a fidarsi di Zingaretti. Ha commesso errori tattici e strategici che dovrebbero far riflettere gli italiani sul suo reale valore come leader politico». Tosi ha affondato il colpo: «Accanto a se Salvini vuole solo gente ubbidiente, delle capacità non gli importa nulla. Basta vedere i cosiddetti economisti, mi fanno ridere. Parla comune un pugile suonato. Il partito è stato normalizzato, tutte le voci contrarie sono state messe ai margini, come Maroni, Fava e il sottoscritto. Nessuno osa alzare la voce perché le liste sono in mano al segretario. Questo governo è nato per colpa di Salvini, per questo mi viene da sorridere quando se ne lamenta e grida al complotto e al golpe. Sull’economia il passato esecutivo era fallimentare: nessuna delle misure messe in campo stava portando a risultati sulla crescita. Flat tax ed economia sono stati una manfrina durata un anno: la prima era impossibile da realizzare. La seconda è stato il grande bluff di Salvini: non la voleva perché lo ostacolava nella ricerca di consensi al Sud. Quella che si è trovata sul pratone di Pontida non è più la Lega, è altro». Infine Tosi ha parlato di progetti futuri: «Io sono qui e aspetto. Qualsiasi cosa nuova nasca all’interno del centrodestra, con Berlusconi padre nobile, mi interessa. C’è Calenda, c’è Cairo, vedremo». A Pontida però mai come quest’anno Verona si è stretta attorno al proprio segretario. Salvini è stato portato in palmo di mano. Il fedelissimo Lorenzo Fontana si è presentato col figlioletto: «Matteo ha dettato la linea politica dei prossimi mesi, un’opposizione forte e determinata e il tentativo di aggregare le forze che vogliono andare a elezioni. Ci stiamo preparando per quando torneremo a governare. La gente presente a Pontida ha voluto manifestare la propria vicinanza a Salvini e ha dimostrato di aver capito e condiviso la decisione di far cadere il governo. Ora stiamo già lavorando per una manifestazione ancora più grande e partecipata, a Roma, il 19 ottobre». Millecinquecento veronesi presenti sul pratone tra cui il parlamentari Paolo Pa­ternoster e Vito Comencini, i consiglieri regionali Elisa De Berti ed Enrico Corsi, che ha raggiunto il comune bergamasco in moto per evitare code. C’erano il vicesindaco Luca Zanotto, l’assessore e coordinatore provinciale Nicolò Zavarise, il consigliere comunale “Macario” Velardi, da poco salito sul Carroccio. Comencini è stato durissimo nei confronti del presidente della Repubblica: «Mattarella mi fa schifo, non tiene conto del voto del 34 per cento degli italiani. Certo, anche Pertini baciò la bara di Tito (in realtà si trattava del funerale di Berlinguer. ndr), quello che ha fatto le foibe». Salvini l’ha richiamato all’ordine. Il Partito Democratico, a Verona, tramite una mozione ha immediatamente chiesto le dimissioni di Comencini, il quale è anche consigliere comunale. «La mozione» hanno scritto i consiglieri Federico Benini, Elisa La Paglia, Stefano Vallani, il segretario Maurizio Fa­cincani e Luigi Ugoli «è diretta anche a compensare l’ignavia di Sboarina che si conferma sempre più inadatto a sostenere la responsabilità che il ruolo di primo cittadino comporta».

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