CHIUSE LE INDAGINI SU TRENTA AGENTI

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C’è chi percorreva oltre cento chilometri tra andata e ritorno e chi si limitava ad usare l’auto per brevi spostamenti. Gi­orno dopo giorno, i dispositivi gps hanno tracciato i movimenti delle auto in dotazione alla polizia provinciale che secondo gli inquirenti ogni sera venivano usate dagli agenti per fare ritorno nelle loro abitazioni. Dati che hanno portato all’accusa di peculato per 30 appartenenti al corpo di polizia provinciale della Provincia di Belluno e, per uno di loro, alle accuse di truffa, falsità materiale e falsità ideologica. La Procura di Belluno ha chiuso la fase delle indagini preliminari confermando il quadro accusatorio emerso quest’estate: tutto era partito da un esposto anonimo che, in prima battuta, ha interessato solo alcuni dipendenti di palazzo Piloni. L’ac­cusa si è poi estesa a 30 persone tra agenti scelti, commissari, ispettori. Per le indagini la Procura della Repubblica si è avvalsa della Digos. Fondamentali, per dare fondamento alle accuse, si sono rivelati i dati che i dispositivi gps hanno raccolto nel corso delle settimane e che sono stati installati sulle auto in dotazione alla polizia provinciale. Secondo l’accusa le auto venivano usate con regolarità per coprire il tragitto tra l’abitazione e il luogo di lavoro sia all’andata che al ritorno tanto che per la Pr­ocura della Repubblica si configura il reato di peculato per 30 dipendenti della Provincia di Belluno. Gli orari di inizio e fine servizio indicati via sms presenterebbero differenze anche rilevanti rispetto a quanto rilevato dai rilevatori gps, implacabili controllori degli spostamenti delle auto della polizia provinciale.

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