Mal’aria, solo Belluno è sufficiente

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Con l’autunno alle porte e una parvenza di ritorno alla normalità dopo un anno all’insegna della paura, del lock down e della crisi economica, “ripartenza” è il termine più utilizzato in questi ultimi mesi.
Una ripartenza a trecentosessanta gradi che dovrà tener conto degli insegnamenti che la pandemia ci ha lasciato in eredità fino ad oggi, a prescindere da come andranno le cose nell’immediato futuro. È la salute la principale protagonista della ripartenza, questo rimane fuori discussione e viene prima di ogni tipo di interesse economico. La tutela della salute è il principio cardine per programmare, spendere e investire. Abbiamo da subito la possibilità di capire in che direzione si sta andando perché la stagione autunnale è anche la stagione dell’inquinamento atmosferico.
Una piaga dei nostri tempi al pari della pandemia che ogni anno, solo per l’Italia, causa 60mila morti premature e ingenti costi sanitari.
Come ormai da diversi anni, il primo di ottobre è la data in cui si avviano le misure e le limitazioni in molti territori del nostro Paese per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico e non andare in sofferenza nei sei mesi successivi dove le concentrazioni di polveri sottili e biossido di azoto sono al centro dell’attenzione di cittadini, amministratori e ricercatori.
Le città sono e saranno quindi sotto la lente di ingrandimento nel prossimo futuro per capire come reagiranno alla nuova sfida che ci è stata imposta, ovvero tutelare la salute e l’ambiente prima di ogni altra cosa.
per capire dove vogliamo andare dobbiamo capire da dove partiamo.
Per questo motivo Legambiente alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure di riduzione dell’inquinamento dell’aria e delle misure restrittive per convivere con il virus, ha stilato una “pagella” sulla qualità dell’aria delle città italiane sulla base degli ultimi 5 anni di dati ufficiali disponibili per quanto riguarda i tre inquinanti che caratterizzano pressoché ogni città: polveri sottili (Pm10, Pm2,5) e biossido di azoto (NO2). Dati che non sono stati confrontati con il limite normativo previsto dalla legislazione comunitaria per ciascun inquinante ma con i più stringenti e cautelativi limiti suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Se la salute deve venire prima di ogni cosa, si deve capire realmente che aria si respira nelle città italiane e che rischi ci sono per la nostra salute.
Tra le città del Veneto solo Belluno raggiunge la sufficienza. Tre in pagella per tutti gli altri capoluoghi di provincia.
Le vie respiratorie dei veneti sono sempre più in pericolo e il traffico resta il primo responsabile: nel rapporto un focus sulle auto come fonte principale di inquinamento in città per ricordare che le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità.
Questo il commento del presidente regionale di Legambiente Luigi Lazzaro:
“Alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure antismog, nonostante la pandemia abbia rivelato la necessità di un’urgente adeguamento delle misure stesse, in veneto non è cambiato sostanzialmente nulla rispetto al passato: restano le stesse limitazioni della stagione precedente con il solo slittamento del blocco Euro4 al gennaio 2021 come per tutte le altre regioni del bacino padano, data a cui viene rimandata ogni eventuale altra decisione. Un immobilismo territoriale, favorito dal dileguarsi della Regione dal suo ruolo di coordinamento, che sta favorendo scelte disomegenee e ineguali da parte di alcuni sindaci delle cinture urbane, i quali cavalcando l’emergenza venutasi a creare nel periodo Covid sembrano addirittura pretendere di non emanare le delibere per le limitazioni al traffico. Sarebbe questo un vero attentato alla salute delle persone che ci auguriamo che nessun Sindaco del Veneto sia così sciagurato da compiere”.