Neurobiologia dell’amore di Camilla Tombetti

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Se vi dicessi: sudorazione, aumento del battito cardiaco, sensazione di vertigini e pensieri ricorrenti, quasi ossessivi, che cosa vi verrebbe in mente? Ebbene sì, sembra una terribile psicopatologia e invece stiamo parlando proprio dell’amore. O meglio, della fase dell’innamoramento, che da un lato dura sfortunatamente poco – ci rende euforici per qualsivoglia cosa – mentre dall’altro è quasi una fortuna che persista per un tempo ridotto, dal momento che ci inebetisce non poco, limitando il funzionamento dei lobi frontali, sedi delle nostre capacità logiche e di giudizio (ecco a cosa sono dovuti i famosi prosciutti sugli occhi!). Fin dai tempi più antichi se ne parla e per quanto si tratti di un’esperienza altamente individuale, risulta più facile del previsto trovare elementi che ci accomunino tutti. Il famoso poeta romano Ovidio compose tra il I secolo a.C e il I d.C, un’opera intitolata “Ars Amatoria”, un manuale volto all’insegnamento di tecniche d’amore. Nel leggerlo, la modernità dei temi trattati mi ha alquanto sorpresa: la maggior parte dei consigli che promuoveva allora, si rivelano ampiamente utilizzabili anche oggi (anzi, consiglio a tutti la lettura di quest’opera, che forse, nonostante sia datata, ha solo che da insegnarci). Questo comune denominatore che nell’originalità dell’esperienza ci rende comunque simili, potrebbe essere rappresentato dai correlati neurobiologici, nonché dalla produzione di svariati ormoni e dalla maggior o minore funzionalità di alcune aree del nostro cervello. Grandi scoperte nel mondo della ricerca sono state apportate dall’antropologa Helen Fisher, la quale ha studiato il cervello degli innamorati da un punto di vista strettamente organico. Quel che è emerso dai suoi studi è che durante la fase dell’innamoramento intercorrono delle modificazioni biologiche nel nostro organismo; in particolare si verifica un aumento della dopamina, un neurotrasmettitore che va ad alimentare il circuito di reward, un sistema di ricompensa presente nel nostro cervello e che è alla base dei meccanismi di dipendenza. Questa cascata di neurotrasmettitori giunge fino alla corteccia prefrontale, area del nostro cervello che, riconoscendo la natura edonistica dell’esperienza in corso, innesca la motivazione a ricreare nel più breve tempo possibile l’azione appena conclusa che ha apportato benessere al nostro organismo. Quindi sì, l’innamoramento è paragonabile a una dipendenza a tutti gli effetti. Altro ormone di fondamentale importanza è l’ossitocina, il cosiddetto neurotrasmettitore dell’“amore fedele”, il quale ha la funzione di creare un legame duraturo non solo tra madre e bambino, ma anche tra due persone innamorate; studi dimostrano come l’aumento dell’ossitocina inneschi una sensazione di benessere, aumentando l’empatia e diminuendo i livelli di stress e di aggressività, tale da innescare il passaggio dall’innamoramento all’amore vero e proprio. E siccome la produzione di ossitocina aumenta nelle situazioni di sintonia non solo mentale, ma anche fisica, vi lascio dedurre un’altra ricetta per vivere insieme felici e… appagati. camillatombetti@gmail.com